C'era una volta una serie. Era nella tua lista Netflix da 847 giorni. L'avevi aggiunta nel 2024 con l'intenzione di vederla «appena hai un attimo». Poi e' arrivata un'altra serie, poi un film, poi il lavoro, poi la vita. E la serie restava li' — in lista, intoccata, a guardarti come un promemoria silenzioso di tutte le cose che rimandi.
Poi un giorno apri Netflix e non la trovi piu'. Cerca, digita il titolo, niente. Rimossa. Sparita. Finita nel limbo dei contenuti che lasciano le piattaforme perche' i contratti di licenza scadono. E tu — che l'avevi in lista da quasi tre anni — non hai fatto in tempo. La storia di qualcun altro, raccontata da qualcun altro, e' finita senza che tu l'abbia mai vista. E probabilmente non la vedrai mai, perche' non sai nemmeno su quale altra piattaforma sia finita.
Questa non e' una storia di serie TV: e' una metafora della procrastinazione applicata alle occasioni culturali. Avevi tutto il tempo del mondo per vedere quella serie. Ma hai scelto di non vederla. Non per mancanza di interesse: per eccesso di rimandabilita'. Perche' finche' e' li', non scade, non e' urgente. E se non e' urgente, puoi sempre rimandare a domani. Peccato che domani la serie non c'era piu'.
Come spieghiamo in questo articolo sulla matrice urgente/importante, la maggior parte delle cose che rimandiamo non sono «non importanti»: sono «non urgenti». E finche' non diventano urgenti — perche' la serie viene rimossa, perche' il bonus scade, perche' il cliente si stufa — restano in lista. Poi quando diventano urgenti, e' troppo tardi.
La serie che non hai visto e' il simbolo di ogni opportunita' che hai lasciato marcire in lista d'attesa. Il cliente che non hai richiamato, il preventivo che non hai mandato, il corso che non hai iniziato. Tutte serie nella lista «da vedere» della tua vita professionale. E come quella serie, un giorno spariscono. Senza preavviso. E tu resti li' a chiederti perche' non hai trovato il tempo quando c'era.