Caro Cliente che non rispondi,

non so se hai notato, ma sono tre settimane che aspetto una risposta. Ti ho scritto un'email educata, poi un messaggio WhatsApp, poi un promemoria, poi un altro promemoria. Niente. Silenzio. Radio spenta. E io mi chiedo: dove hai imparato a non rispondere? Esiste un'universita' del «dopo»? Una laurea in ghosting commerciale? Perche' sei cosi' bravo.

Forse hai un assistente che filtra le richieste e butta via le mie. Forse hai una casella email con 12.000 messaggi non letti e il tuo e' diventato uno dei tanti. Forse pensi che non rispondere sia una forma di cortesia implicita, un modo per dire «non mi interessa senza dovertelo dire». Qualunque sia la ragione, sappi che c'e' un costo.

Il costo e' che io nel frattempo mi sono stufato. E non solo io: tutti i venditori, i fornitori, i collaboratori che ogni giorno ti scrivono e aspettano una risposta che non arriva. A un certo punto smettono di scrivere. E quando avrai davvero bisogno — perche' prima o poi capita — scoprirai che intorno a te non c'e' piu' nessuno disposto a risponderti.

Non ti chiedo di rispondere subito. Ti chiedo di rispondere. Un «si», un «no», un «adesso non posso, riparliamone tra un mese». Qualsiasi cosa, purche' non sia il nulla cosmico che lasci cadere come un macigno sulla relazione commerciale.

Perche' la verita' e' che non rispondere e' peggio che dire di no. Il no e' una posizione: si discute, si contratta, si supera. Il silenzio e' una tomba: non sai cosa c'e' dentro, non sai se e' vivo o morto, non sai se scavare o andare avanti.

E la maggior parte delle persone, davanti a una tomba, sceglie di andare avanti. Esattamente come abbiamo raccontato in questo articolo: tu che non rispondi e il capo che dice «a settembre» siete la stessa identica persona. Stesso meccanismo, stesso risultato: nessuno vi aspetta.