La frase più inutile del capitalismo moderno? «Ti faccio sapere».
Lo dicono tutti. Il cliente, il capo, il fornitore, il tipo delle risorse umane che ti ha fatto fare tre colloqui e poi è sparito. «Ti faccio sapere» non significa "ti faccio sapere". Significa: «Non ti faccio sapere un cazzo, ma sono troppo vigliacco per dirlo».
Facciamoci due conti.
Maggio. Mandi un preventivo. Bello, dettagliato, con tanto di grafico a torta che spiega dove vanno i soldi. Il cliente risponde in 48 ore: «Grazie, valuto e ti faccio sapere».
Sai cosa sta succedendo in quel preciso istante? Niente. Sta guardando un altro preventivo. O forse è in riunione. O forse - ed è la cosa più probabile - ha già deciso di non farti un cazzo, ma non ha le palle di scriverlo.
Giugno. Scrivi un reminder educato. «Ciao, volevo sapere se hai avuto modo di valutare». Risposta dopo tre giorni: «Scusa il ritardo, questo periodo è un macello. Ti aggiorno a breve».
"Breve" è la parola che ha ucciso più fatturato della crisi dei mutui subprime.
Luglio. Mandi un messaggio più secco. Niente cuoricini, niente "spero tu stia bene". Dritto: «Buongiorno, a che punto siamo?». Il cliente visualizza e non risponde. Non è morto. Ti ha visto. Ha deciso che la tua esistenza è procrastinabile. E sai una cosa? Forse ha ragione. Perché tu sei ancora lì ad aspettare, come un cretino.
Agosto. Ferie. Tutti al mare. Il preventivo resta lì, in una casella di posta che nessuno apre, vicino all'abbonamento della palestra che paghi da tre anni senza mai andarci.
Settembre. Il preventivo compie quattro mesi. È ufficialmente archeologia. Se lo riapri, ha la patina. Il cliente - se per miracolo si fa vivo - partirà con il classico: «Senti, è passato un po' di tempo, le cose sono cambiate, magari rifacciamo un preventivo aggiornato?».
Traduzione: ha trovato uno che faceva il 20% in meno. O peggio: non ha fatto un cazzo nemmeno lui, e adesso il progetto non serve più.
La verità scomoda? Il «ti faccio sapere» è una zona grigia progettata per non far incazzare nessuno. Il cliente non si sente in colpa perché non ti ha detto no. Tu non ti incazzi perché non hai ricevuto un rifiuto esplicito. È il patto di non belligeranza degli idioti.
E quindi cosa cazzo si fa?
Primo: smetti di inseguire. Dopo il secondo reminder, stop. Se uno ti vuole, ti trova. Non fare lo stalker stipendiato.
Secondo: metti una scadenza. Non «fammi sapere quando puoi». Ma: «Il preventivo è valido fino al 30 giugno. Dopo si ricalcola». Sembra aggressivo? Forse. Ma funziona.
Terzo: impara a sentire il no. Quando uno ti dice «ti faccio sapere» con quella vocina un po' più acuta del normale, è un no. Quando aggiunge «sto aspettando il via libera dall'ufficio», è un no. Quando sono passate 72 ore: è un no.
E quarto, il più difficile: impara a dire «ti faccio sapere» a chi te lo dice. Specchio, riflesso. «Capisco, valuta con calma. Intanto io mi organizzo su altre priorità. Quando hai novità, fammi un fischio». E appendi. E passa avanti.
Perché il problema non è il cliente che non risponde. Il problema sei tu che aspetti.
Della Redazione
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