Era il 1996. Internet era un lusso, i telefonini si aprivano a conchiglia, e un commerciale italiano chiudeva la sua prima trattativa con la frase destinata a diventare la più celebre della storia delle vendite: "Ci penso."

Trent'anni dopo, possiamo finalmente tracciare un bilancio di questa espressione che ha generato più fatturato dei corsi di formazione, più danni della concorrenza e più carriere spezzate della riforma delle partite IVA.

1996-2006: Gli Anni d'Oro del "Ci Penso"

Nei primi dieci anni, il "Ci penso" era ancora un'espressione artigianale. I clienti la usavano con parsimonia, riservandola ai momenti solenni: preventivi importanti, proposte di collaborazione, richieste di budget. Un "Ci penso" ben piazzato poteva congelare una trattativa per settimane. Era l'epoca d'oro del "Ti faccio sapere" e del "Devo parlarne con il commercialista", varianti nobili dello stesso ceppo procrastinatorio.

Uno studio dell'Università di Pisa ha calcolato che nel 2004, il PIL italiano avrebbe potuto crescere del 2,3% in più se tutti i "ci penso" fossero diventati "fatto". Poi hanno rimandato lo studio a settembre.

2006-2016: L'Esplosione del Mercato

Con l'arrivo degli smartphone e delle mail, il "Ci penso" ha subito una mutazione genetica. Non era più una frase: diventava un'interfaccia. Rispondere "Ci penso io" a un'email diventava un modo elegante per dire "mai". Le varianti si moltiplicavano: "Lo giro al responsabile", "Facciamo un punto la prossima settimana", e la più subdola di tutte, "Ne parliamo a settembre".

Il 2009 è stato l'anno di svolta: per la prima volta, il volume di "ci penso" ha superato il volume di affari effettivi nel settore delle consulenze. Un commercialista milanese ha dichiarato: "Avevo 47 'ci penso' in casella mail. Con una bacchetta magica li trasformassi in contratti, andavo in pensione a 40 anni."

2016-2026: L'Età dell'Oro Digitale

Oggi il "Ci penso" è ovunque. È nei messaggi WhatsApp, nei commenti di LinkedIn, nelle risposte automatiche dei CRM. È diventato un vero e proprio protocollo sociale: una formula magica che permette di non dire né sí né no, mantenendo aperta una porta che in realtà è già stata chiusa da un pezzo.

Il Sole 24 Ore ha recentemente pubblicato un'analisi sulle obiezioni nelle vendite, spiegando che un "non ancora" è meglio di un "no". Ma noi di Ne parliamo a settembre vogliamo andare oltre: il "Ci penso" non è un'obiezione, è un'arte. È la capacità di dire "forse" in modo cosí convincente che chi lo riceve ci crede per settimane.

"Il 'ci penso' non e' un'obiezione, e' un'arte: la capacita' di dire 'forse' in modo cosi' convincente che chi lo riceve ci crede per settimane."

La Classifica delle Varianti

Abbiamo stilato la classifica ufficiosa delle varianti più letali del "Ci penso" per fatturato annuo stimato perso:

Pos.VarianteFatturato perso (stimato)
1"Ci penso" classico12 miliardi €
2"Devo parlarne con..."8,5 miliardi €
3"Ne parliamo a settembre"6,2 miliardi €
4"Facciamo un punto"4,1 miliardi €
5"Lo giro al responsabile"3,7 miliardi €

E Ora?

Secondo un recente studio sulla procrastinazione decisionale pubblicato da Best Tech Partner, le aziende italiane perdono ogni anno circa il 15% del fatturato potenziale per via di decisioni rimandate. Il dato è allarmante, ma non preoccupatevi: nessuno ha ancora deciso cosa fare al riguardo. Si sta valutando.

La redazione ha provato a contattare il Ministero delle Imprese per un commento. Ci hanno risposto: "Ci pensiamo."

Auguriamo al "Ci penso" altri trent'anni di successi. Tanto, se non si decide ora, si deciderà a settembre. O forse no.