A Milano, in un open space qualunque, un commerciale sta fissando il telefono come se fosse un cobra pronto a colpire. Ha appena inviato 14 preventivi. Ha ricevuto 14 "ci penso e ti faccio sapere". Mancano 20 minuti alla pausa pranzo. Lui ha smesso di sperare già tre caffè fa.

Benvenuti nel Paradiso dell'Indecisione Italiana, un luogo meraviglioso dove nessun contratto viene mai firmato, ma dove tutti promettono solennemente di "farti sapere". Un luogo dove il tempo scorre diversamente: il cliente dice "ci sentiamo la prossima settimana" e quella settimana arriva con la stessa puntualità del bonus 110% dopo tre governi.

Noi della redazione abbiamo deciso di indagare. Abbiamo mandato i nostri cronisti sotto copertura in fiere, call su Zoom, meeting di coworking, persino in un banco del mercato rionale. Il risultato e' sconvolgente: il "ci penso" non e' una frase. E' un genere letterario.

Le varianti del "ci penso"

La ricerca ha catalogato almeno 27 declinazioni diverse. Ecco le piu' diffuse:

Abbiamo chiesto a un linguista dell'Universita' di Bologna di analizzare la frase. "Dal punto di vista grammaticale", ci ha spiegato, "il 'ci penso e ti faccio sapere' e' un futuro anteriore dell'illusione: indica un'azione che sara' completata in un momento successivo all'estinzione della tua partita IVA".

L'economia del rinvio

Secondo dati raccolti dalla nostra redazione (con metodologia "abbiamo chiesto a ChatGPT e ci siamo fidati"), il costo del "ci penso" per l'economia italiana e' stimato intorno ai 47 miliardi di euro l'anno. Una cifra che include: caffè offerti a clienti che non hanno mai comprato, biglietti da visita stampati e mai usati, e cuscini anti-ansia per venditori in burn-out.

"Una volta un cliente mi disse 'ci penso e ti faccio sapere' nel 2018. Lo incrociai al supermercato nel 2024. Mi chiese se facevamo ancora quel servizio. Gli risposi che nel frattempo avevo cambiato lavoro, aperto un agriturismo, e l'agriturismo era fallito. Lui annuì e disse: 'Ci penso e ti faccio sapere per la cena di fine anno'." — Marco T., ex-venditore, ora allevatore di lumache in Trentino.

La psicologia dietro la frase

Gli psicologi (quelli veri, con camice e divano) la chiamano procrastinazione decisionale. Noi la chiamiamo "ne parliamo a settembre" — che poi e' anche il nome del nostro giornale, il che la dice lunga.

Il meccanismo e' semplice: dire "no" e' faticoso. Dire "si'" e' impegnativo. Dire "ci penso" e' comodo, non impegna a nulla, e lascia aperta la porta a un futuro ipotetico in cui forse, chissa', magari, con un po' di fortuna e l'intercessione di San Gennaro, si potrebbe anche fare qualcosa. Ma non oggi.

Oggi c'e' da guardare le storie di Instagram. Il "ci penso" arriva domani.

Come sopravvivere (consigli non richiesti)

Abbiamo chiesto a un venditore con 30 anni di esperienza come si fa a trasformare un "ci penso" in un "si'". Lui ci ha guardato, ha sospirato, e ha detto: "Ci penso e ti faccio sapere". Poi e' andato in pensione.

La verita' e' che non esiste formula magica. Ma possiamo consolarci con un pensiero: in un mondo dove tutti dicono "ci penso", chi dice "facciamolo" — anche a costo di sbagliare — e' gia' un passo avanti. E se proprio dovete dire "ci penso", almeno aggiungete una data. Tipo "ci penso e ti faccio sapere per il 29 febbraio". Cosi' almeno ci ridiamo su.

Articolo satirico. Ogni riferimento a venditori realmente esistiti, clienti indecisi o partite IVA in terapia e' puramente casuale. O forse no.